IN RICORDO DI BIAGIO DE GIOVANNI
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IN RICORDO DI BIAGIO DE GIOVANNI

22 Aprile 2026

Martedì 22 aprile è morto Biagio De Giovanni. La Fondazione Gramsci lo ricorda con la lettera di Giuseppe Vacca alla moglie e al figlio.

Carissimi Silvana e Michele,

negli ultimi tempi, molto dolorosi per Gino, siamo riusciti tuttavia a incontrarci e a trascorrere insieme qualche bella ora. Pensavo di farcela ancora a venire a Napoli per vedervi, ma purtroppo non è accaduto. E tuttavia mi è caro il ricordo di una lunga, anche se difficoltosa, telefonata con lui in occasione dell’ultimo Natale. Conobbi Gino quando cominciò a insegnare a Bari nel 1960. Era uno dei più giovani professori di quel gruppo straordinario di giuristi napoletani che donarono un lungo periodo di splendore alla Facoltà di Giurisprudenza e poi di Scienze Politiche: Francesco Capotorti, Gustavo Minervini, Mario Bretone, Luigi Ferrari Bravo, Federico Martorano, a cui si aggiunse in seguito Aldo Schiavone. Fu una “colonizzazione” feconda di una Università meridionale che irrobustiva le sue strutture e si popolava di una gioventù vivace e piena di speranze che affluiva da varie parti del Mezzogiorno. Ci incontrammo nell’Istituto di Diritto Internazionale e di Scienze politiche poichè Gino, avendo saputo che preparavo una tesi di laurea sulla filosofia politica e giuridica di Benedetto Croce, volle conoscermi e in verità mi prese in cura. Ne nacque una relazione che ben presto divenne un’amicizia e vorrei ricordare il suo libro su L’esperienza come oggettivazione che, pubblicato a Bari nel 1962, costituiva il punto di arrivo della sua ricerca su scienza e filosofia nel Novecento: un libro fondamentale per la mia formazione. Seguendo i suoi corsi ero affascinato dall’ampiezza della sua cultura storica e filosofica che proiettava le mie prime letture gariniane e gramsciane sullo scenario della grande cultura europea tra Ottocento e Novecento, da Dilthey a Weber, e mi faceva anche scoprire un grande pensatore cattolico meridionale, poco frequentato, Giuseppe Capograssi. Fin da quegli anni il tratto che più mi colpiva nel magistero di Biagio era una pedagogia indiretta che si caratterizzava per una straordinaria apertura al dialogo con chi, come me, inclinava piuttosto alla ricerca filosofica non speculativa ma rivolta alla prassi politica.
Mi è capitato altre volte di ricordare le nostre discussioni sulla Distruzione della ragione di Lukàcs e Da Hegel a Nietzsche di Löwith dove io propendevo per le drastiche schematizzazioni del primo perché più immediatamente politiche. Potrei dire che i termini del dialogo di quegli anni sarebbero molto mutati nel tempo, ma, a ben vedere, senza eliminare la dialettica delle origini. Gino lasciò l’Università di Bari alla fine degli anni Sessanta per trasferirsi a Salerno, ma proprio a ridosso del Sessantotto si formava quella comunità di giovani studiose e studiosi, ormai nota come Scuola di Bari, che si raccolse intorno alla casa editrice De Donato e trovò casa nel Pci. Il grande tema era Marx, ma come orientarsi di fronte al proliferare dei marxismi? Nel 1970 Biagio scrisse il suo principale libro “marxista”: Hegel e il tempo storico della società borghese. Un libro luminoso e per molti versi essenziale per quella giovane generazione di studiosi che definivano i loro programmi di ricerca ispirati al magistero di Gino: Franco Cassano, Silvio Suppa, Franca Papa, Teresa Massari, Marcello Montanari, Francesco Fistetti a Bari e a Salerno Pino Zarone e Roberto Racinaro. Furono gli anni della più intensa collaborazione con Gino, interrotti dal fallimento della solidarietà nazionale e dal sopraggiungere del terrorismo. Gino mi ha ricordato più volte che quella comunità di studi, di progetti e di vita era molto meno omogenea di quanto io volontaristicamente la percepissi. E aveva ragione. Infatti le varie vicende degli anni successivi furono segnate da scelte politiche e culturali diverse. Ma il calore e la profondità dell’amicizia non si affievolivano, anzi diventavano sempre più intense. Ho così compreso una verità che da giovane non avevo preso sul serio.  Venisse dal ciceroniano De amicitia o dalle riflessioni di Bobbio che, introducendo gli scritti di Leone Ginzburg, aveva parlato della società degli amici come unica comunità etica, l’amicizia è il sentimento più resistente e più radicato nelle vicissitudini della vita.

Addio maestro e amico

Beppe